Ristorante Formativo Solidale

relazionarsi con la clientela significa approcciarsi al mondo del lavoro, ma anche aprirsi all’altro, in una dimensione inclusiva e multiculturale

L’anno scolastico 2018-2019, a San Giovanni in Persiceto (BO), in via Fermi, 10, viene inaugurato un Ristorante formativo solidale, frutto della collaborazione tra Fomal, Cooperativa Fanin, Caritas parrocchiale ed Emil Banca.

“La realtà in cui opera Fomal è piccola: conosciamo le persone, il territorio e i suoi bisogni. La nostra scuola ha gli spazi, una cucina e una sala, docenti qualificati e studenti entusiasti di mettersi alla prova in contesti autentici. Qui esistono e operano anche diverse organizzazioni capaci (e bisognose) di beneficiare di queste nostre peculiarità. Ci siamo chiesti, quindi, perché non incrociare le esigenze di ciascuno per metterle in valore, creando una rete attiva e solidale. Da ciò deriva la proposta di gemellarci con la Caritas parrocchiale, attiva da anni a San Giovanni”, dice la coordinatrice di Fomal Monica Aldegheri.

Grazie ad un lavoro estremamente sinergico, il ristorante formativo diventa uno spazio di accoglienza e di arricchimento degli studenti, dei formatori, di tutti i clienti e, in generale, di tutti coloro i quali lo popolano. Non si tratta di una mensa, ma di un luogo dove preparare e servire menu accuratamente studiati e offerti ai commensali, una volta al mese. È aperto al pubblico, ma vi si accede su invito, per un massimo di 20 coperti. Le persone a cui è proposta questa esperienza sono individuate dalla Caritas: si tratta di famiglie, più o meno allargate, di anziani, di giovani uomini e donne di ogni età e nazionalità.

A loro è dedicata una “coccola” per sopperire alla prolungata mancanza di un momento di “evasione” dalla realtà. Ciò che si dona non è solo un pasto: è un’esperienza culinaria e di cura che si vuole rivolgere a chi non sempre può permettersela.

Andrea Brandolini, il responsabile della Caritas, a tal proposito: “Abbiamo invitato molte famiglie (circa 40 a rotazione per un totale di almeno 100 persone diverse). Ci sono degli abitué che ci tengono ad essere invitati: è ormai diventato un rito. La cosa bella è che non ci sono tavolate, ma principalmente tavolini da due o da quattro, capaci di garantire una maggiore intimità e conoscenza reciproca. Io stesso, stando a tavola con uno degli invitati, ho avuto la possibilità di ascoltare tanti racconti di vita. C’è chi ma ha detto che era la prima volta che qualcuno cucinasse per lui e gli servisse il pranzo. Fino a quel momento, era sempre accaduto il contrario”.

La classe coinvolta in questa operazione di “benessere”, diversa ad ogni appuntamento, partecipa quindi alla lezione di cucina sapendo che, quel giorno, ad apprezzare il risultato del proprio lavoro è un pubblico esterno reale. Non si tratta di una simulazione, ma di un vero e proprio servizio. Ciò fa sì che aumentino la concentrazione, la tensione e le aspettative. C’è chi teme di non essere all’altezza e chi, forte dell’esperienza dello stage, si muove con maggior sicurezza.

A rassicurare è anche la presenza di formatori ed educatori pronti ad intervenire in caso di bisogno, ma pienamente fiduciosi delle competenze tecniche e relazionali dei ragazzi.

Christian, studente alle prese con le sue prime ordinazioni, dice “L’ansia c’era, soprattutto le prime volte, ma se sbagliavi non succedeva nulla. Il prof era lì pronto ad intervenire. Tutti sapevano che eravamo lì per imparare”.

Gli orari sono quelli scolastici, pensati appositamente per permettere anche agli studenti che arrivano da lontano di tornare a casa con i mezzi. A mezzogiorno si aprono le porte e il servizio va avanti fino alle 14:00.

Dopo aver trascorso un’intera mattinata a impastare, infornare, friggere, giunge il momento più atteso da ambo le parti. Arrivano i primi invitati e, chi ai fornelli, chi in sala, ognuno si muove con professionalità, dando il meglio di sé.

Alcuni hanno già fatto un’esperienza di stage, ma, l’intensità emotiva di questo lavoro è diversa:

Aldegheri sottolinea che “Con lo stage, le competenze di ciascuno vengono portate “fuori”; qui è il ristorante della scuola che porta dentro la clientela. Questo aspetto ci permette di crescere come professionisti e come comunità. I ragazzi ne sono consapevoli e sentono l’importanza del rendere migliore, anche se solo per un giorno, la vita di qualcun altro”.

Christian dice che “la differenza con lo stage sta, più che altro, nella struttura: in azienda stai con il titolare e i dipendenti. Qui sei con i tuoi compagni, ti metti alla prova con loro, ma in modo professionale. Allo stesso tempo, fai qualcosa per chi non può sempre permettersi grandi lussi, ma si mette a disposizione per permetterti di imparare”.

E Francesca, studentessa impegnata nel servizio in sala, conferma: “E’ stata una bella iniziativa sia per noi che per le persone che son venute. Noi abbiamo capito meglio il nostro lavoro e, allo stesso tempo, abbiamo dato l’opportunità a loro di fare un’esperienza diversa. Ricordo che una volta, una signora mi ha detto che nonostante fossi molto giovane, le ero sembrata professionale e che, secondo lei, avevo buone possibilità in questo settore. Mi capita di pensarci, ogni tanto. Fa piacere che un cliente ti apprezzi”.

Ciò che viene delineato è quindi uno scambio solidale di bisogni e competenze: relazionarsi con la clientela significa approcciarsi al mondo del lavoro, ma anche aprirsi all’altro, in una dimensione inclusiva e multiculturale. Un vero e proprio esercizio di impegno civico e partecipazione: un percorso che, attraverso la solidarietà, punta alla crescita collettiva di una comunità.